Dal 1° febbraio 2028 un'azienda non potrà più fissare un nuovo obiettivo climatico SBTi senza allinearsi allo standard net zero di seconda generazione. Nel frattempo, "net zero", "carbon neutral" e "climate neutral" continuano a essere usati come sinonimi nella comunicazione aziendale, mentre dietro ciascun termine si nasconde un livello di ambizione molto diverso.
La confusione non è solo terminologica. Dichiarare un obiettivo net zero quando in realtà si tratta di un carbon neutral basato su compensazione espone a un rischio normativo concreto, dal 27 settembre 2026, in Italia come nel resto dell'Unione europea. Questo articolo chiarisce cosa significa davvero net zero, come si distingue dagli altri termini, quali standard lo definiscono e come si costruisce un percorso che regge alla verifica.
- Il net zero è l'equilibrio tra le emissioni di gas a effetto serra ancora emesse e quelle rimosse dall'atmosfera, raggiunto dopo una riduzione quasi totale (circa il 90-95%) delle emissioni su tutti gli scope, non tramite compensazione generalizzata.
- È più ambizioso del carbon neutral (norma ISO 14068-1:2023, perimetro scope 1 e 2 obbligatori più le categorie di scope 3 significative, compensazione ammessa senza soglia fissata salvo per la prima dichiarazione di neutralità) e del climate neutral, termine senza norma tecnica autonoma.
- Lo standard di riferimento per le imprese è il Corporate Net-Zero Standard V2.0 della SBTi: la versione 1.3.1 resta utilizzabile per fissare nuovi obiettivi fino al 31 gennaio 2028, poi la V2.0 diventa obbligatoria per ogni nuova sottomissione.
- L'Unione europea ha fissato un obiettivo di neutralità climatica al 2050 (regolamento (UE) 2021/1119) e un obiettivo intermedio di riduzione del 90% delle emissioni nette al 2040 rispetto al 1990, in vigore dal 7 aprile 2026 (regolamento (UE) 2026/667).
- Dal 27 settembre 2026, affermare che un prodotto o servizio è "a impatto neutro" sulla sola base della compensazione delle emissioni è una pratica vietata in ogni caso (direttiva (UE) 2024/825, recepita con D.Lgs 20 febbraio 2026, n. 30).
Cos'è il net zero: la definizione
Il net zero, o "zero emissioni nette", è la condizione in cui le emissioni di gas a effetto serra ancora generate da un'organizzazione sono bilanciate da una quantità equivalente di emissioni rimosse dall'atmosfera. Non significa azzerare completamente le emissioni: significa ridurle quasi al minimo tecnicamente ed economicamente possibile, e neutralizzare solo il residuo che non può essere eliminato con le tecnologie attuali.
La logica alla base degli standard net zero più diffusi, come il Corporate Net-Zero Standard della SBTi, richiede una riduzione delle emissioni assolute di circa il 90-95% su tutti e tre gli scope del GHG Protocol, scope 1, 2 e 3, prima di ricorrere a qualunque forma di neutralizzazione. Solo la quota residua, quella che resiste alla decarbonizzazione, può essere compensata, e unicamente tramite rimozioni permanenti di CO2 dall'atmosfera, non con crediti di evitamento.
Le linee guida ISO IWA 42:2022 ("Net Zero Guidelines"), approvate l'11 novembre 2022, forniscono le definizioni comuni di net zero, emissioni, rimozioni, crediti e offset, con un orizzonte di raggiungimento del net zero globale non oltre il 2050, in coerenza con il limite di 1,5 °C dell'Accordo di Parigi.
Net zero, carbon neutral, climate neutral: la differenza che conta
I tre termini vengono usati come sinonimi nel linguaggio corrente, ma corrispondono a livelli di ambizione e a perimetri molto diversi. Confondersi tra loro è uno degli errori più comuni nella comunicazione climatica delle imprese, e dal 2026 è anche un rischio legale.
Il climate neutral, in particolare, è il termine più rischioso da usare in una comunicazione pubblica: non essendo ancorato a una norma tecnica precisa, un'autorità di vigilanza può considerarlo un'allegazione ambientale generica, non verificabile, uno degli stessi problemi che la normativa europea anti-greenwashing colpisce.

Gli standard che definiscono il net zero per le imprese
Il riferimento più utilizzato dalle imprese per fissare un obiettivo net zero validato esternamente è il Corporate Net-Zero Standard della Science Based Targets initiative (SBTi), oggi alla sua seconda versione.
La versione 2.0 è stata pubblicata l'11 giugno 2026, dopo due consultazioni pubbliche condotte nel 2025. Secondo la pagina ufficiale della SBTi, la versione 1.3.1 resta utilizzabile per fissare nuovi obiettivi fino al 31 gennaio 2028; dal 1° febbraio 2028, ogni nuova sottomissione di obiettivo dovrà allinearsi alla versione 2.0. Gli obiettivi near-term già validati restano comunque validi fino al termine del loro orizzonte temporale. La validazione degli obiettivi secondo la V2.0 parte dal primo trimestre del 2027.
Va chiarito un punto spesso frainteso: non esiste, a oggi, uno "standard net zero" pubblicato dal GHG Protocol. Il GHG Protocol fornisce il quadro metodologico di base per il calcolo delle emissioni per scope, utilizzato come fondamento sia dallo standard SBTi sia dalle linee guida ISO, ma non ha pubblicato un proprio standard net zero dedicato: il tema delle rimozioni è trattato nel Land Sector and Removals Standard, pubblicato il 30 gennaio 2026, che riguarda la contabilizzazione e non la definizione di un obiettivo net zero.
Il quadro normativo europeo e il legame con la CSRD
A livello di politica pubblica, l'Unione europea ha fissato con il regolamento (UE) 2021/1119 ("Legge europea sul clima") un obiettivo vincolante di neutralità climatica dell'Unione nel suo complesso entro il 2050, con un traguardo intermedio vincolante al 2030. Questo obiettivo riguarda l'Unione europea come sistema, non è un obbligo diretto su ogni singola impresa.
L'Unione europea ha fissato un nuovo obiettivo intermedio di riduzione del 90% delle emissioni nette al 2040 rispetto al 1990, in vigore dal 7 aprile 2026 (regolamento (UE) 2026/667).
Per le imprese soggette alla CSRD, il collegamento con gli obiettivi climatici passa dall'ESRS E1: lo standard impone di dichiarare se l'impresa dispone di un piano di transizione climatica o quando intende adottarne uno. Si tratta di un obbligo di pubblicare l'informazione, non di avere effettivamente un piano net zero.
Come costruire un percorso credibile verso il net zero
Un percorso net zero credibile segue in genere quattro fasi, nell'ordine.
- Misurare: calcolare l'impronta di carbonio su tutti gli scope, con una baseline affidabile. Senza questo passaggio, qualunque obiettivo successivo è arbitrario.
- Ridurre: costruire un piano d'azione con leve identificate per ciascuna fonte di emissione, scadenze intermedie e indicatori di avanzamento, fino a raggiungere circa il 90-95% di riduzione assoluta.
- Neutralizzare il residuo: ricorrere a rimozioni permanenti di CO2 (non a crediti di evitamento) solo per la quota di emissioni che resiste alla decarbonizzazione, tipicamente il 5-10% residuo.
- Rendicontare e validare: pubblicare i progressi, far validare l'obiettivo da un ente terzo come la SBTi, e mantenere la coerenza tra quanto dichiarato e quanto effettivamente realizzato.

Il ruolo dei crediti di carbonio e il rischio di greenwashing
La neutralizzazione del residuo finale, nella logica net zero, è riservata alle rimozioni permanenti di CO2 dall'atmosfera, non ai crediti generici acquistati sul mercato volontario. Confondere le due cose, usare crediti di evitamento per dichiarare un progresso verso l'obiettivo di riduzione invece che per il solo residuo finale, è uno degli errori più diffusi nella comunicazione net zero.
Per il funzionamento dei crediti di carbonio e la differenza tra i principali standard di certificazione, l'articolo su crediti di carbonio tratta il tema in dettaglio. Per il quadro completo delle pratiche vietate dalla normativa anti-greenwashing, l'articolo su la direttiva UE 2024/825 approfondisce gli obblighi di comunicazione.
Perché validare l'obiettivo con un ente terzo
Un obiettivo net zero dichiarato unilateralmente, senza validazione esterna, resta un'intenzione. La validazione tramite uno standard riconosciuto, come il Corporate Net-Zero Standard della SBTi, offre tre garanzie che un'autodichiarazione non può offrire: una metodologia di calcolo uniforme, una verifica indipendente della baseline e del piano di riduzione, e un meccanismo di controllo periodico dei progressi.
Le imprese italiane soggette alla CSRD, in particolare quelle che devono rendicontare un piano di transizione secondo l'ESRS E1, hanno un interesse pratico a far validare il proprio obiettivo net zero: un piano validato esternamente riduce il rischio di contestazione sia da parte degli investitori sia da parte delle autorità di vigilanza sulla pubblicità ambientale.
➡️ Volete preparare il vostro obiettivo climatico alla validazione secondo gli standard riconosciuti? Parlatene con un esperto Orki.Fonti
- SBTi — Net-Zero, Corporate Net-Zero Standard V2.0 — https://sciencebasedtargets.org/net-zero — Consultato il 20 ottobre 2026.
- ISO — IWA 42:2022, Net Zero Guidelines — https://www.iso.org/standard/50644.html — Consultato il 20 ottobre 2026.
- EUR-Lex — Regolamento (UE) 2021/1119 (versione consolidata) — https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2021/1119/oj/ita — Consultato il 20 ottobre 2026.
- EUR-Lex — Regolamento (UE) 2026/667 (modifica obiettivo 2040) — https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2026/667/oj — Consultato il 20 ottobre 2026.
- Commissione europea / Normattiva — Direttiva (UE) 2024/825 e D.Lgs 20 febbraio 2026, n. 30 — https://www.normattiva.it — Consultato il 20 ottobre 2026.
- BSI — Withdrawal of PAS 2060:2014, replacement by BS ISO 14068-1:2023 — https://knowledge.bsigroup.com/products/climate-change-management-transition-to-net-zero-carbon-neutrality — Consultato il 20 ottobre 2026.
- GHG Protocol — Land Sector and Removals Standard (pubblicato il 30 gennaio 2026) — https://ghgprotocol.org/land-sector-and-removals-guidance — Consultato il 20 ottobre 2026.
- ESG Today — ISO's Proposed Net Zero Standard Fails Initial Vote Amid Record Feedback — https://www.esgtoday.com/isos-proposed-net-zero-standard-fails-initial-vote-amid-record-feedback/ — Consultato il 20 ottobre 2026.

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